Istanbul: tra Oriente e Occidente, un'identità contesa?
No, l'identità di Istanbul non è contesa nel modo pittoresco che i dépliant turistici vendono: lo è, ma in senso molto più prosaico, tra la pressione del turismo di massa e la fuga dei residenti dal centro storico. La retorica del ponte tra culture è stantia ormai; la verità è che chi vive a Beyoğlu o Sultanahmet ha a che fare ogni giorno con affitti alle stelle e negozi di souvenir al posto delle botteghe storiche. L'ibrido oriente-occidente esiste, ma lo trovi nei quartieri periferici come Balat, non nelle cartoline infinite col tramonto sulla moschea blu.
Budget: medio-alto se si cerca un alloggio decente in zona europea. I prezzi sono lievitati parecchio nell'ultimo anno. La colazione turistica completa in un locale alla moda può costare quanto un pranzo a Roma. Per muoversi: il volo atterra a Istanbul Airport o Sabiha Gökçen. La metro collega bene, ma dai due aeroporti ci vuole almeno un'ora e mezza per il centro. Dentro città il tram T1 è una cloaca umana in alta stagione, meglio usare il traghetto per spostamenti più piacevoli e veloci tra le due sponde.
Tempo necessario: almeno 4-5 giorni pieni per vedere le cose principali senza correre come un pollo. Ma se si vuole respirare davvero il tessuto urbano, servono 7 giorni. Le liste mordi-e-fuggi non rendono giustizia.
Aspetto negativo: la delusione più grande è stata l'area di Sultanahmet, un parco divertimenti finto-storico zeppo di venditori ambulanti aggressivi. La Basilica Cisterna ormai è un girone infernale di fila e luci colorate da Instagram. Non c'è più mistero.
Consiglio specifico che non si trova sulle guide: invece di cercare il "mercatino delle spezie" (che è solo un supermercato per turisti), prendere il traghetto per la sponda asiatica a Kadıköy, girare il mercato coperto di Çarşı e mangiare un pide da un forno a legna senza insegna. Costa un terzo rispetto a Eminönü e ha il sapore vero. La città non è un museo; è un posto che si difende dal suo stesso mito.