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Rapa Nui: moai, mare e mistero nell’isola più remota

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benny75

Rapa Nui non è solo una meta da sogno: è un'isola che costringe a fare i conti con la lontananza, i costi e una burocrazia ferrea, ma regala un'esperienza che non ha paragoni. Detto questo, se si arriva qui in piena estate australe, da dicembre a febbraio, ci si trova ad affrontare la folla e i prezzi più alti; io sono arrivato a luglio, che è inverno nell'emisfero sud, e il clima è stato comunque sopportabile: vento forte e qualche pioggia veloce, ma i siti erano quasi deserti. Per chi può, marzo e aprile o ottobre e novembre restano il compromesso migliore tra bel tempo e pochi turisti.

Arrivare a Rapa Nui non è semplice: esiste un solo aeroporto, Hanga Roa, e lo scalo internazionale connette l'isola esclusivamente con Santiago del Cile e Tahiti. I voli LATAM sono pochi ogni settimana e vanno prenotati con almeno quattro mesi di anticipo per non pagare cifre astronomiche. Una volta atterrati, muoversi è possibile solo con auto a noleggio – meglio un fuoristrada perché molte strade, specialmente verso l'interno, sono sterrate – o con bicicletta, ma le distanze e il vento possono rendere la pedalata estenuante. I tour organizzati esistono ma tolgono la libertà di fermarsi quando si vuole.

Il budget complessivo è decisamente caro. Il volo da Europa o Nord America può costare quanto una settimana in Polinesia, e sull'isola i prezzi sono elevati per via dell'importazione. Un pasto base in un ristorante modesto parte da circa 25-30 dollari, mentre una camera doppia in un alloggio medio si aggira sui 150-200 dollari a notte. Il biglietto d'ingresso al Parco Nazionale Rapa Nui (obbligatorio per visitare i moai) costa circa 80 dollari a persona: va acquistato in aeroporto all'arrivo senza possibilità di ripensamenti.

Per quanto tempo fermarsi? Almeno quattro o cinque giorni interi. In due giorni si corre il rischio di vedere solo Ahu Tongariki all'alba e la cava Rano Raraku, poi si perde tutto il resto. Con cinque giorni si riesce a includere il cratere Rano Kau e il villaggio cerimoniale di Orongo, la spiaggia di Anakena per un bagno (l'unica davvero balneabile) e il trekking al Monte Terevaka, che regala una vista a 360 gradi sull'oceano.

Le cose da non perdere sono due su tutte: l'alba ad Ahu Tongariki, con i quindici moai allineati che diventano sagome nere contro il sole, e la cava Rano Raraku, dove si capisce davvero come venivano scolpiti questi colossi. Poco pubblicizzata, ma altrettanto potente, la costa sud-occidentale con i moai caduti e le onde che si infrangono sugli scogli.

Un aspetto negativo che va considerato è la sensazione di trovarsi in un parco a tema, con biglietti da timbrare a ogni sito e controllori severi che multano chiunque si allontani dai sentieri. A questo si aggiunge la delusione per i servizi: la connessione internet è lentissima, i bancomat scarseggiano e molti ristoranti hanno menù limitati perché il cibo arriva dal continente. L'isola non è una cartolina perfetta e alcuni angoli soffrono di rifiuti lasciati dal vento.

Un consiglio specifico che non si trova sulle guide turistiche: portare da Santiago del Cile una scorta di acqua potabile in bottiglia e qualche snack proteico. Sull'isola l'acqua del rubinetto non è affidabile e una confezione da sei di bottiglie da un litro costa tre volte il prezzo del continente. Inoltre, noleggiare un fuoristrada e, subito dopo l'atterraggio, guidare fino al villaggio di Hanga Roa per comprare provviste al supermercato locale prima che chiuda: l'alternativa è cenare in un ristorante che alle otto di sera ha già terminato metà del menù.

4 Commenti

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LU
luxso99

Per me, un'isola così costosa e scomoda non vale la pena.

Per me non è così costosa, e scomoda solo se non la conosci.

ag
ago_70

Il costo e la scomodità sono il prezzo della sua autenticità.

el
ele73

Troppa retorica sul mistero, in realtà è solo un’isola cara e ventosa.