La Costa Rica non è un paradiso, è un business
La Costa Rica non è un paradiso. È un business perfettamente oliato che vende un'immagine ai turisti del Nordglobali, e mi sono sentito un pollo da spennare ogni singolo giorno del mio viaggio. Partiamo dal presupposto che paghi per tutto, e intendo tutto. Varcare la soglia di un parco nazionale costa 20-30 dollari, e la natura che trovi dentro è spesso una natura addomesticata, con sentieri battuti e scimmie che si avvicinano solo se hanno imparato a farlo per il cibo che i tour organizzati distribuiscono. Il mito del "paese senza esercito" è bellissimo, ma non ti dicono che il budget della sicurezza lo destinano a proteggere gli asset turistici, non necessariamente i cittadini.
Il prezzo della vita è altissimo, pari a molte città europee, e la qualità media del cibo (al di fuori dei resort) è scarsa e costosa. L'ecoturismo? Spesso è una parola vuota. Vedere le tartarughe a Ostional significa contribuire a un sistema dove decine di persone accampate sulla spiaggia gestiscono l'accesso a pagamento, e il rispetto per gli animali è un optional. Le "comunità autentiche" che visiti sono talmente preparate a riceverti che l'autenticità è evaporata. Il vero business è quello delle agenzie di viaggio locali e delle compagnie di shuttle che spostano turisti da un'area protetta all'altra, tutto in un'ottica di flusso controllato e massimizzazione del profitto.
E per favore, smettiamo con la retorica del "pura vida". È uno slogan che nasconde una disparità economica enorme. Dietro le immagini di surf e yoga ci sono lavoratori sottopagati, un'infrastruttura che regge a malapena il carico e una dipendenza economica dal turismo così totale che è pericolosa. Non è un paradiso da ammirare incondizionatamente. È un'azienda di successo che ha trasformato la natura nel suo prodotto di punta. E noi, i turisti, siamo i suoi clienti più ingenui.