Machu Picchu: il selfie che uccide la storia
Machu Picchu: il selfie che uccide la storia
Il selfie che uccide la storia è quello che si scatta senza alzare gli occhi, e a Machu Picchu è il rito di massa che trasforma un santuario in un parco divertimenti.
Io ho visto gente che saliva i gradini della Casa del Guardiano e, senza nemmeno voltarsi verso il picco Huayna Picchu, si girava e scattava un selfie con la città alle spalle. Poi rimetteva il telefono in tasca e scendeva. Non aveva visto niente. Aveva solo la prova di essere stato lì. È questa l'epidemia che sta uccidendo la storia: non il turismo, non i limiti di accesso, ma l'indifferenza.
Detto questo, Machu Picchu è un posto che va visto, ma va visto sapendo cosa si guarda. Il budget è caro, non c'è modo di aggirarlo. Il biglietto d'ingresso ha un prezzo da museo, il treno da Cusco ad Aguas Calientes è una rapina, e il bus che sale dalla cittadina costa come una cena. Chi è in economia può fare il Cammino Inca, ma anche quello non è economico e va prenotato con mesi di anticipo.
Si arriva da Cusco in treno fino ad Aguas Calientes, poi si sale con i bus. Oppure a piedi, se si ha il fisico e il tempo. Il sito si visita in mezza giornata, ma il viaggio richiede almeno due giorni pieni: uno per arrivare e uno per la visita. Chi ha fretta fa tutto in un giorno, ma è un errore.
La delusione più grande? La folla. Non è un luogo di contemplazione, è una fabbrica di foto. I sentieri sono a senso unico, si avanza a passo di carovana, e il silenzio che ci si aspetterebbe è sostituito da un brusio continuo di lingue diverse. In certi momenti sembra di essere alla cassa di un supermercato, non su una montagna sacra.
Un consiglio poco noto: l'ingresso lato Inti Punku, la porta del sole. La maggior parte dei visitatori entra dall'ingresso principale e si riversa subito verso il punto panoramico. Chi arriva dal sentiero di montagna, con il biglietto del primo turno, ha la città quasi vuota per una mezz'ora. Non è vietato, si può fare, e cambia tutto.