Laos: Luang Prabang tra cascate e templi, guida disincantata
Luang Prabang è bella, ma non è la cartolina che vendono. Il titolo promette cascate e templi, e in effetti ci sono entrambi, solo che vanno cercati con pazienza e un certo spirito di adattamento. La città vecchia, patrimonio UNESCO, è un piccolo gioiello di architettura coloniale e monasteri dorati, ma la folla la trasforma in un set fotografico a cielo aperto.
Il periodo migliore cade tra novembre e febbraio, quando il clima è asciutto e le temperature sopportabili. Ad agosto, mese in cui si scrive, piove spesso e il Mekong si gonfia, ma le cascate hanno più acqua e il verde è esplosivo. Meglio evitare marzo e aprile, col caldo torrido e le bruciature stagionali.
Arrivare richiede un piccolo scalo: da Bologna si vola a Bangkok o Hanoi, poi un breve volo con Lao Airlines fino all'aeroporto locale. In alternativa, la lenta barca da Huay Xai al confine thailandese è un'esperienza, ma occupa due giorni interi e non è per chi ha fretta. In città ci si muove a piedi, tutto è concentrato in una manciata di strade; per le cascate si prende un tuk-tuk, prezzo da contrattare con fermezza.
Il budget complessivo è medio-economico. Con cinquanta euro al giorno si vive dignitosamente: guesthouse pulita, street food e ingressi. I templi principali chiedono un biglietto simbolico, ma alcuni hanno prezzi gonfiati per i turisti. Portare contanti in kip o dollari, le carte sono accettate solo negli hotel più cari.
Tre giorni bastano per il giro classico: il monte Phousi all'alba, il museo nazionale nel vecchio palazzo reale, e il monastero di Xieng Thong, che è l'unico davvero suggestivo. Le cascate di Kuang Si sono impressionanti, ma alle dieci del mattino sono già un luna park. Andarci all'apertura, alle sette, cambia tutto. Il consiglio che non trovate sulle guide: saltare la cerimonia delle elemosine al sorgere del sole nel centro storico. È diventata una processione di turisti con il flash. Se interessa vedere i monaci, spostarsi in un villaggio periferico, dove l'atto è ancora genuino.
La delusione più grande è il mercato notturno: una sequenza infinita di sciarpe e pantaloni identici, con prezzi da contrattare ma qualità mediocre. Meglio la cucina di strada lato fiume, dove si mangia bene e si osserva la vita vera. E poi c'è il problema delle scale: ovunque, ripidissime, con gradini irregolari. Chi ha problemi di mobilità farà fatica. In sintesi, Luang Prabang merita il viaggio, ma va vista con occhio critico e orari intelligenti, altrimenti si resta con l'amaro in bocca e una memoria piena di selfie altrui.