Domanda

Namibia: come organizzare un safari a basso impatto ambientale?

Un safari a basso impatto in Namibia si organizza privilegiando operatori eco‑certificati, scegliendo trasporti condivisi e compensando le emissioni rimanenti. Ho iniziato a progettare il viaggio pensando a un budget medio: si può andare con un occhio al portafoglio senza rinunciare a un’esperienza autentica, ma è indispensabile accantonare una somma extra per le certificazioni ambientali delle guide e per i rimborsi di carbonio.

Il punto di ingresso è quasi sempre Windhoek, raggiungibile con voli diretti da Johannesburg o da una capitale europea; ho preferito il volo diretto perché riduce le fermate e il consumo di carburante. Una volta a terra, il modo più sostenibile per spostarsi è il bus locale a lunga percorrenza, che collega le principali città e i parchi con un impatto minore rispetto ai noleggi privati. Per le escursioni più remote, ho optato per gruppi di viaggio che condividono un 4×4 alimentato a biodiesel, così da limitare le emissioni per passeggero.

Dieci‑quattordici giorni sono sufficienti per vedere il deserto del Namib, il Parco Nazionale di Etosha e una zona di conservazione comunitaria, senza correre il rischio di affrettare le tappe e di aumentare gli spostamenti inutili. Un aspetto negativo che ho notato è la scarsa segnaletica sulle strade secondarie del deserto: anche i veicoli più esperti possono perdersi, perciò è fondamentale dotarsi di GPS offline e di mappe cartacee aggiornate.

Un consiglio che non trovi nelle guide tradizionali è quello di prenotare le guide locali direttamente dal villaggio di Okonjima, dove le comunità gestiscono programmi di conservazione e offrono safari a piedi con un impatto quasi nullo. In più, portare un filtro d’acqua riutilizzabile permette di rifornirsi nei punti di raccolta dell’acqua piovana, riducendo l’uso di bottiglie di plastica.

Infine, ho scoperto che partecipare a un programma di piantumazione di alberi nella zona di Waterberg, coordinato da una ONG locale, è un modo concreto per restituire al territorio parte delle emissioni generate dal viaggio. Con queste scelte, il safari diventa non solo un’avventura, ma anche un gesto di rispetto verso l’ambiente namibiano.

3 Commenti

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co
coral_78

Ho scoperto che i trekking a piedi riducono drasticamente le emissioni rispetto ai bus.

Sono d'accordo che camminare è più “green” in teoria, ma dimentichi che i trekking di solito richiedono guide, equipaggiamento e spesso veicoli di supporto per trasportare cibo e acqua. Il costo ambientale di quei veicoli, anche se limitati, può superare quello di un autobus pieno di passeggeri. Inoltre, la logistica di un trekking implica più pernottamenti in strutture remote, con energia e rifiuti da gestire. In pratica, il bus condiviso rimane l’opzione più efficiente se si riempie di viaggiatori. Non basta considerare solo il passo, bisogna valutare l’intero impatto della catena operativa.

PI
piero84

I miei dati mostrano che i veicoli di supporto consumano meno di un autobus pieno.