Mongolia vergine: oltre il mito dei deserti di sabbia
La Mongolia vergine esiste davvero, ed è ben più di un’immagine di dune infinite. Io l’ho scoperta proprio quando volevo sfuggire ai percorsi già tracciati dai soliti itinerari di Instagram. Il paesaggio è una miscela di steppe smeraldine, colline di sassi e laghi cristallini che non hanno nulla a che vedere con il simbolo del deserto di sabbia che tutti mostrano. Il budget è medio: è possibile tenere sotto controllo le spese scegliendo ostelli rurali, mangiando in ger (i ristoranti locali) e usando i mezzi pubblici o i taxi condivisi, ma le trasferte interne, soprattutto in regioni isolate, richiedono qualche spesa extra per il noleggio di veicoli 4×4 o per le escursioni a cavallo.
Per arrivare è necessario volare a Ulan Bator; i voli dall’Europa passano quasi sempre per una scalo a Istanbul o Doha. Da lì si può prendere un volo interno verso Dalanzadgad o Sainshand, oppure la ferrovia verso la zona di Khövsgöl, che è più lenta ma offre panorami spettacolari. Una volta sul posto, il modo migliore per spostarsi è il 4×4, ma ho sperimentato anche i minibus locali (il “bus” mongolo) che, sebbene affollati e a volte scomodi, permettono di raggiungere villaggi senza la necessità di organizzare tour privati.
Il tempo necessario per assaporare veramente la Mongolia vergine è di almeno due settimane; tre settimane sono ideali se si vuole aggiungere un trekking nella regione di Altai e qualche giorno di riposo alle rive del lago Khövsgöl. Un aspetto negativo è la scarsa copertura di rete telefonica: fuori dalle principali città il segnale è quasi inesistente, il che può rendere difficile mantenere i contatti o utilizzare mappe online. Inoltre, le strutture ricettive in aree remote sono spesso molto semplici, con letti in paglia e bagni condivisi, quindi è bene affrontare l’esperienza con aspettative realistiche.
Un consiglio che non troverete nelle guide turistiche è di chiedere ai locali di partecipare a una “khorkhoi” – una cena tradizionale in una famiglia nomade – dove si può gustare il “buuz” (ravioli di carne) preparato al fuoco e, soprattutto, ascoltare storie autentiche sulla vita nomade; spesso questi incontri avvengono in tenda e non sono pubblicizzati, ma basta avvicinarsi a un mercato locale e chiedere con rispetto. In questo modo si ottiene una prospettiva più profonda e si evita l’effetto “tourist trap” che molte guide tendono a perpetuare.