Perché la vera Sicilia si vede a marzo (e non ad agosto)
Perché la vera Sicilia si vede a marzo (e non ad agosto)
Ci sono andato per anni in agosto, come tutti. Finivo in un ristorante con la musica sparata a palla, in una spiaggia dove non trovavi un fazzoletto di sabbia libero, a pagare il doppio per un letto in un albergo che sembrava un dormitorio. Credevo fosse normale, che la Sicilia fosse così: un posto in cui la bellezza delle cose si misurava dalla difficoltà di averle.
Poi una volta, per caso, ci sono tornato a marzo. Avevo dieci giorni di ferie a inizio primavera e ho pensato: perché no? L’aereo costava un terzo. Sono atterrato a Catania con un sole già caldo ma non aggressivo, e un’aria che sapeva di zagara e di mare appena risvegliato.
La prima cosa che ho notato è che i siciliani erano tutti lì. Non in vacanza, ma a fare la loro vita. Nei mercati come la Vucciria o la Pescheria a Palermo, non c’erano turisti che si facevano largo con il selfie stick. C’erano le signore che sceglievano il pesce fresco, gli anziani che prendevano il caffè al bancone, le bancarelle che esponevano i primi carciofi, le fave, le fragole. La vita era in primo piano, non uno sfondo per le tue foto.
Ho girato l’interno, da Siracusa a Noto fino a un paesino dell’entroterra che ad agosto è un deserto. A marzo invece era vivo: le osterie con i tavolini fuori pieni di gente del posto che mangiava pasta con le sarde o ricotta fritta, i cortili dei palazzi storici aperti per le feste di quartiere, i sentieri di campagna percorribili senza il caldo torrido. Le spiagge? Deserte. Non “quasi deserte”, proprio deserte. Ho pranzato in un lido a San Vito Lo Capo senza nessuno attorno, solo il rumore del mare e un proprietario che mi ha raccontato come era il paese d’inverno.
Ad agosto la Sicilia è un set cinematografico perfetto, ma interpretato da comparse pagate (i turisti). A marzo è il teatro di cui gli attori sono i residenti. Vedi i luoghi senza la maschera della festa, senza l’ansia della prenotazione, senza i prezzi gonfiati. Vedi il dettaglio che a luglio ti sfugge: il profumo del pane appena sfornato in un vicolo, il colore dei fichidindia che fioriscono, il viavai dei bambini che escono da scuola.
Non è una questione di bellezze diverse. Il Teatro Greco, la Valle dei Templi, la Scala dei Turchi sono sempre loro. Ma il contesto in cui le vivi è radicalmente opposto. Ad agosto le guardi in fila con centinaia di persone che fanno uguale, spesso di fretta. A marzo le percepisci, a volte le senti tue, perché il posto respira attorno a te, non sopra di te.
Certo, a marzo piove, a volte fa freddo, alcune cose sono chiuse. Ma è proprio quello il punto: non stai consumando un pacchetto turistico. Stai entrando in un luogo che ha i suoi ritmi, le sue stagioni, le sue imperfezioni. E in quei ritmi, per me, c’è più autenticità di quanta se ne trovi in un’estate piena di glamour e di vuoto a rendere.