Mongolia: la vera vita nomade esiste ancora?
La risposta è sì, ma non come ve la raccontano. La vita nomade esiste eccome, ma sta morendo sotto il peso del turismo organizzato e dei documentari patinati. Sono a Bologna ad agosto 2026 e sto pianificando un secondo viaggio in Mongolia per l'estate prossima. Il primo l'ho fatto due anni fa e mi ha lasciato una sensazione di déjà-vu. I tour operator vendono pacchetti in cui dormi in ger perfettamente allineate, con pasti preparati da cuochi assunti in città. Quello non è nomadismo, è un set fotografico. Il budget per un mese onesto è medio: si parte da 2500 euro se vai in bassa stagione e ti sai arrangiare con i mezzi pubblici, ma se vuoi un vero fuoristrada e una guida che parli inglese sale a medio-alto, sui 4000. Per arrivare si vola a Ulan Bator quasi sempre via Istanbul o Pechino, poi da lì o prendi i voli interni per le province o affitti una jeep con autista. Muoversi in autonomia in fuoristrada è pericoloso perché non ci sono strade, solo piste che scompaiono dopo un temporale. Il tempo minimo per un giro decente che includa il deserto del Gobi e la regione del Khövsgöl è tre settimane. Ma la delusione più grande sono i campi turistici nella valle dell’Orkhon: sembra Disneyland. Gente che esce dalla ger con lo smartphone per fare foto al tramonto. Ecco il consiglio che non trovate sulle guide: cercate le famiglie che hanno scelto di stare lontano dagli itinerari battuti, tipo nel Khangai orientale o nel Darhad. Andateci a metà settembre, quando i pastori scendono dagli altipiani e hanno ancora bisogno di braccia per smontare le ger. Portate un sacco di batterie e un power bank solare, l’elettricità è un lusso. E non fidatevi delle recensioni su TripAdvisor: la maggior parte sono scritte da agenzie locali in cambio di sconti.