Tokyo: la città dove il futuro ha già dimenticato il passato
Tokyo: la città dove il futuro ha già dimenticato il passato.
Ci vogliono venti minuti a piedi da Shibuya al parco di Yoyogi. In quei venti minuti, il Giappone che conosciamo – quello dei templi, dei giardini zen, delle case di legno – scompare. Letteralmente. Sostituito da un dedalo di viali a otto corsie, grattacieli di vetro e acciaio che non hanno tempo per la storia. Il passato qui non è integrato, è confinato. È un museo a cielo aperto, ma i suoi edifici sono reperti in teca, circondati da un flusso così accelerato che non c'è spazio per la memoria.
Il problema non è la modernità in sé. È la sua arroganza. La presunzione che il progresso sia una linea retta che azzera tutto ciò che precede. Camminare per Ginza è come essere in una città del 2050, ma con un quartiere "tradizionale" appiccicato lì, per decorazione. È un passato senza contesto, svuotato del suo significato, venduto in pacchetti turistici. Lelane dei kimono che si fanno fotografare davanti ai templi, mentre dietro di loro i palazzi delle compagnie di assicurazioni svettano senza remore.
Si dice che Tokyo sia la città dell'equilibrio. Balorda. L'equilibrio è tra un tempio che resiste e un progetto di riqualificazione che lo circonda, lo soffoca, lo rende una cartolina. La città non dialoga con il suo passato, lo sopravanza. Lo conserva come si conserva un fossile: per mostrare che una volta c'era qualcosa di diverso, mentre ora c'è solo l'efficienza, il consumo, il flusso.
Forse è per questo che Tokyo è così affascinante e così inquietante. Ti dà l'illusione di aver raggiunto il futuro, ma quel futuro è un luogo in cui la storia non è stata superata, è stata rimossa. E quando un popolo rimuove il suo passato, non sta costruendo il futuro: sta solo accelerando verso un vuoto che non ha nome. Voi che ci andate, cercate i templi. Ma guardate bene cosa li circonda. Non c'è sintesi, c'è sopraffazione. E chiedetevi se davvero è questo il modello.