Chiang Mai: il mito del nord autentico
Chiang Mai è il mito del nord autentico? Secondo me no, è la versione patinata di un immaginario che si è sbriciolato da un pezzo. Ci sono stato qualche settimana fa, a fine maggio, e ho trovato una città che vive di turismo, non di tradizione. Il budget non è così economico come si legge in giro: una camera decente in centro costa sui 20-25 euro a notte, il cibo nei mercati è ancora conveniente ma i ristoranti con aria condizionata chiedono prezzi da Bangkok. Arrivare da Roma? Solo con scalo, nessun volo diretto. Ho preso un ANA via Tokyo, ma ci sono anche Gulf Air o Emirates. Una volta lì, muoversi è un casino se non si prende un motorino a noleggio: 200 baht al giorno, ma il traffico è violento e la polizia ferma gli stranieri senza patente internazionale. I songthaew costano 30 baht a corsa, ma gli autisti ti guardano come un portafoglio. Quanto serve per visitare? Tre giorni sono sufficienti per vedere i templi principali e un paio di attrazioni fuori porta, ma se uno vuole farsi il corso di cucina o andare a Doi Suthep ci vuole una settimana. La delusione più grossa è stata il centro storico: un parco divertimenti con negozi di souvenir, massaggi a ogni angolo e file di turisti davanti a Wat Chedi Luang. La cosiddetta autenticità è sparita sotto uno strato di caffè hipster e guesthouse. Un consiglio che non si trova sulle guide? Lasciare perdere i templi più famosi e andare a Wat Umong, un complesso di tunnel sotterranei dove i monaci meditano in silenzio. Non c’è biglietto d’ingresso, ma si può lasciare un’offerta. È l’unico posto dove si respira ancora un’atmosfera vera, lontano dal frastuono. Per il resto, Chiang Mai è una base comoda per escursioni, ma quella storia del nord autentico è una balla che qualcuno continua a vendere. Ci si va per mangiare bene e per il clima meno caldo di Bangkok, ma le aspettative vanno ridimensionate.