Raja Ampat: paradiso sommerso o marketing esagerato?
Raja Ampat è il caso più chiaro di marketing esagerato che abbia mai visto, almeno per come viene venduto. Non dico che sia brutto, dico che il rapporto tra quello che paghi, la fatica che fai e quello che vedi regge solo se sei un subacqueo incallito o un fotografo professionista con budget illimitato. Per tutti gli altri, è un posto caro, complicato e alla fine anche frustrante. Solo arrivarci è un'odissea: voli nazionali fino a Sorong, una notte in un hotel squallido, poi ore di barca che ti sballottano come un sacco di patate. Il costo è alto, parliamo di cifre carissime se consideri che ogni spostamento tra gli isolotti richiede una barca privata e un capitano che ti aspetta. Le permit obbligatorie costano e vanno pagate in contanti. Serve almeno una settimana piena per vedere qualcosa, ma dopo tre giorni di navigazione tra mangrovie tutte uguali e barriere coralline che, sì, sono belle ma non diverse da quelle che trovi in Indonesia senza pagare il triplo, inizia a salire la noia. La vera delusione è Pianemo, il punto panoramico famosissimo: nella realtà, da lì vedi solo un sacco di barche turistiche che si contendono lo stesso angolo. Il consiglio che nessuna guida dà? Salta completamente la zona centrale e punta dritto a Misool, l'estremo sud: la logistica è peggiore, ma lì il corallo è ancora vivo e non devi fare la fila per fare due vasche.