Samarcanda: cartolina o anima della Via della Seta?
Samarcanda è l'anima della Via della Seta, ma una cartolina la vedi solo se chiudi gli occhi e ignori i venditori di souvenir e i prezzi gonfiati. Io sono partito con l'idea del mito, delle cupole turchesi e dei caravanserragli, e in parte ho trovato tutto: il Registan all'alba è qualcosa che ti entra nelle ossa. Però non c'è niente di spontaneo. Ogni angolo è messo in scena per il turista, con biglietti da dieci euro a sito e una fila indiana di selfie stick. Budget medio-alto: un volo da Roma via Tashkent costa intorno ai 500 euro, e dentro l'Uzbekistan i taxi ti svuotano il portafogli se non contratti. Per muoversi, meglio il treno veloce da Tashkent (tre ore) o i minibus locali per esperienze autentiche ma scomode. Il tempo minimo è di tre giorni per vedere i monumenti, ma per l'anima servono almeno cinque, e la sera, fuori dai circuiti, la gente del posto è cordiale e i samsa costano due spicci. Delusione: la piazza del Registan è un set fotografico, con troppi negozi di tappeti e venditori che ti assillano. Il consiglio che non trovi sulle guide: vai in un chaikhana dietro la moschea Bibi-Khanym, quello con la tenda sfilacciata blu. Lì il tè verde è gratis se ordini un piatto di manti, e il vecchio che lo gestisce racconta di quando la via della seta passava davvero, non quella dei tour operator. La città è viva, ma è una battaglia tra cartolina e anima, e vince l'anima solo se scarti la patina luccicante.