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Tbilisi: la città delle sorprese nascoste tra vecchio e nuovo

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Arrivando a Tbilisi, la prima cosa che ti colpisce è il rumore del cantiere infinito, gru che si stagliano contro le cupole ortodosse. Ho passato un pomeriggio a vagare senza meta nel quartiere di Vera, tra palazzi liberty scrostati e cortili nascosti dove anziani giocano a scacchi, mentre da un portone aperto usciva odore di pane appena sfornato e musica elettronica. La vera sorpresa non è la città vecchia, ma come questa conviva con i palazzi brutalisti sovietici trasformati in gallerie d'arte o birrerie artigianali. La sera, seduto in un bar senza insegna nel quartiere di Avlabari, ho capito che qui la bellezza non è nei monumenti, ma in questo groviglio di epoche che si ignorano a vicenda e a volte si abbracciano. Tutti parlano della calda ospitalità georgiana, ma pochi raccontano il disagio elettrico che provi vedendo un tempio del sesto secolo affiancato a un grattacielo di vetro scintillante. Tbilisi non ti seduce, ti interroga. E in primavera, con le colline che si tingono di verde, questa domanda risuona più forte che mai.

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