Brasile: il cuore nero di Salvador tra candomblé e capoeira
Perché è il cuore nero? Perché a Salvador l’Africa non è un reperto da museo, è il battito che ti scuote dal sonno la mattina e ti accompagna fino a notte fonda. Tutti parlano del Pelourinho, delle chiese barocche, dei tramonti sul mare. Nessuno dice che quella è la superficie, la vetrina per i turisti che scattano foto alle donne in abito bianco e pensano di aver capito tutto. Il vero patrimonio si trova altrove, nelle strade meno battute, dove il candomblé non è uno spettacolo per stranieri ma una religione vissuta con una ferocia spirituale che ti lascia senza fiato.
Il mio discorso parte da qui: la città è una bugia costruita su una verità enorme. Il mercato di São Joaquim, per esempio, puzzava di erbe essiccate e sangue di animale sacrificato. Lì ho capito che i rituali sono veri, non si esibiscono. La capoeira, invece, quasi sempre è una pantomima per le piazze. Poi, una sera, in un cortile nascosto dietro una ferrovecchia, ho visto un ragazzo di tredici anni fare movimenti che mi hanno gelato il sangue. Quello non era spettacolo, era una lingua.
Budget? Dipende. Con un occhio ai soldi si vive con poco, mangiando nei tavernelli del centro, spendendo una fortuna in acqua perché il caldo di settembre è opprimente. La parte media va per le escursioni e per qualche ristorante decente. È caro, invece, se si sceglie il circuito organizzato con guide che portano a vedere la "vera" cerimonia, che è la cosa più falsa sulla faccia della terra.
Per arrivare, volo diretto da Roma anche in autunno. Da lì, si cammina molto. Il centro è compatto, ma le distanze per i quartieri popolari richiedono autobus, che sono un'avventura nell'avventura, con quella musica a palla e l'odore di fritto che entra dal finestrino. Il periodo giusto è adesso, settembre, quando il clima è umido ma non c'è la bolgia di dicembre. Servono almeno cinque giorni interi. Di meno si corre il rischio di vedere solo cartoline.
Il lato brutto? La delusione è proprio il Pelourinho, che è diventato un plastico di se stesso. Venditori insistono fino alla nausea, il passato schiavista viene venduto come gadget kitsch. E poi c'è una fastidiosa sensazione di pericolo latente, non troppo diversa da certe zone di Napoli se si vuole un paragone reale.
Un consiglio che non trovi da nessuna parte: cercare le piccole terreiros nei sobborghi, quelle senza insegna, chiedendo a un anziano vicino alla stazione. Non siate dei turisti, siate persone. E se qualcuno vi invita a una roda di capoeira la domenica all'alba, ricordatevi di lasciare il telefono in albergo. Nessuno vuole essere filmato mentre prega, e una foto in quel momento è un'offesa che neanche mille scuse possono riparare. Questo è il cuore nero. Tutto il resto è marketing.